Dracula: un equivoco da chiarire
Nella filmografia mondiale, fin dall’era del film muto, non v’è motivo più sfruttato del 'vampiro'. Fa venire l’angoscia - ma ciò è connaturato alla materia - percorrere l’elenco completo di questi film in quanto non basterebbe una vita per vederli tutti, tanto meno con atteggiamento meditato e comparativo e con occhio critico. Globalizzante ante litteram, il vampiro filmico parla tutte le lingue, dal giapponese al danese, è sempre sull’orlo del collasso ma risorge immancabilmente, grazie ad abbondanti trasfusioni di danaro, cambia sesso ma non il vizio, si sforza di essere seducente benché non ci riesca sempre. La categoria che più si è lasciata sedurre dal vampiro è certamente quella dei produttori e dei registi. Le Hammer Film Productions britanniche si risollevarono nel 1958 grazie al loro primo film Dracula, per la regia di Terence Fischer e con Christopher Lee nel ruolo principale. “Don’t dare see it alone!” tuonava l’invito-ammonimento rivolto al pubblico dal cartellone pubblicitario sul quale dominava il rosso del titolo e il biondo risplendente di una delle prede femminili del “terrifying lover - who died - yet lived!”. Christopher Frank Lee Carandini (per ricordare le sue origini per metà italiane) aveva sicuramente il “physique du role”, come l’aveva avuto il suo illustrissimo e poverissimo, alla fine, predecessore Bela Lugosi, scomparso a Los Angeles nel 1956. Il successo internazionale di Dracula sugli schermi, che stravolge la filmografia popolare tra le due guerre mondiali, è infatti legato a questo complesso personaggio mitteleuropeo, attore di professione, rifugiatosi negli Stati Uniti perché attivo nella Repubblica dei Soviet ungheresi del 1919 condotta da Bela Kun. E poiché “bisogna pur campa’”, cambia nome, da Bela Blasko in Bela Lugosi, e da attore shakespeariano si converte in attore draculiano dall’accento esotico. A lui è dedicato il recentissimo documentario del romeno Florin Iepan: Bela Lugosi. Il vampiro caduto, il che sancisce l’accoglienza dell’attore ungaro-americano, nato in una regione che diventa politicamente romena in seguito al Trattato del Trianon, anche nella cultura romena.
È Dracula il prototipo del vampiro nello spazio artistico che va dalla letteratura alla cinematografia, e per essere meticolosamente precisi, dal 1897 in poi. In quell’anno Abraham (noto Bram) Stoker (nato in Irlanda nel 1847), pubblica il corposo romanzo epistolare Dracula, in parte ambientato nella Transilvania dal nome suggestivo. Il romanzo ha un’ottima accoglienza da parte della critica colta e un successo di pubblico discreto. Stoker, infatti, frequentava l’élite culturale coeva e ne faceva parte, impegnatissimo, fino al collasso nervoso, tra la conduzione amministrativa del miglior teatro londinese del momento (il “Lyceum”), e la sua ricca attività di scrittore. A dieci anni dalla sua morte avvenuta nel 1912, appare, tra mille vicissitudini legate a questioni di diritto d’autore, liberamente tratto dal romanzo di Stoker, il famosissimo Nosferatu di Murnau, capolavoro dell’espressionismo tedesco. È il primo film della serie. Prima di ritornare sullo schermo nel 1931, negli Stati Uniti e per la regia di Tod Browning, Dracula subisce una deviazione attraverso la rappresentazione scenica dallo strepitoso successo di pubblico, con il conturbante Bela Lugosi come protagonista; da qui i film successivi che fissano Lugosi come attore ed uomo nel personaggio dal nero mantello svolazzante. La grande attrattiva del motivo vampiresco presso il pubblico americano può essere compresa attraverso il fenomeno del carnevale di Halloween, popolarissima festa americana - derivata da culti dei defunti – che ora sta dilagando anche in Europa.
In genere, la qualità degli oltre 160 film che s’ispirano a Dracula non riflette i pregi del romanzo. Tema comune delle varianti cinematografiche è l’esaltazione di una passione erotica irrefrenabile che travolge e poi trascina nella morte una giovane donna e un misterioso straniero giunto da terre lontane. Nella mostruosità reale ma intermittente dell’amante o seduttore straniero (che ogni tanto s’incarna in lupo, vampiro, essere deforme o mostro orrendo) potremmo scorgere l’incubo che ha tormentato, e che tormenta oggi più che mai, certuni bianchi europei al pensiero che le loro figlie possano congiungersi con affascinanti giovani barbari e non principi azzurri ma tipi tenebrosi e poco raccomandabili - sbarcati da oltremare (sul modello del più classico Olandese volante). Quando Ornella Volta nel 1964 (in Il vampiro, Milano, Sugar) sosteneva che il vampiro, infatti, è, prima di tutto, una creazione erotica, ciò vale soprattutto per i film, un po’ meno per il romanzo Dracula che offre altro ancora, ed è del tutto improprio rispetto alle credenze popolari sui vampiri. Ma tant’è, oramai la lente deformante della cinematografia, o quanto meno il suo punto di vista, anche allegorico al limite, condiziona qualsiasi approccio.
V’è da dire che 'Dracula il vampiro' è totalmente estraneo alla cultura romena. L’omonimo voivoda valacco (ossia romeno), meglio noto come Vlad Tepes (l’Impalatore), vissuto nel XV secolo, fu un abile e spregiudicato condottiero, temuto avversario dei Turchi. Nella storia della diffusione del romanzo di Bram Stoker la prima traduzione romena è forse la più tardiva in assoluto e risale al 1990. Vi sono stati tentativi maldestri volti ad importare in Romania la fama occidentale di Dracula, attraverso l’adozione del nome come richiamo commerciale o turistico. Siccome ogni vampiro aristocratico o vampiro-conte deve possedere un suo castello, gli è stato attribuito 'ad honorem' quel gioiello dell’architettura gotica militare che è il castello di Bran (XIV secolo), costruito sul confine tra la Transilvania meridionale e la Valacchia. L’operazione non è da imputare a Stoker ma a certi disinibiti studiosi americani, che costi quel che costi volevano far combaciare il Dracula personaggio storico con quello artistico. La storia di queste “ricerche” è divertente anche se eticamente riprovevole.
marinella lorinczi






