Occident
La morte del signor Lazarescu
La foresta degli impiccati
A est di Bucarest
4 mesi, tre settimane, 2 giorni

Immagini della Romania

Quando mi proposero di andare a lavorare e vivere in Romania nella prima metà del 2003, ben poco si sapeva in Europa del cinema rumeno, o meglio quasi niente. Un solo nome, quello di Lucian Pintilie, genio maltrattato e tenuto a freno durante il regime e che comunque era riuscito faticosamente a comunicare al di là della cortina. Avevo avuto la fortuna di incontrare per caso un giovane regista rumeno di sicuro talento durante la mia permanenza a Praga, venuto a presentare il suo ultimo film, Asfalt Tango, il suo nome era Nae Caranfil e, come Cristian Mungiu qualche anno dopo con Occident, narrava la triste fuga verso ovest delle giovani ragazze delle zone rurali, ma anche dei più preparati, di coloro che avevano studiato e avrebbero potuto giocare un ruolo nel difficile periodo della transizione. Film che mi avevano parlato con intensità, ma che comunque erano rimasti nella ristretta cerchia dei cinefili e dei frequentatori di Festival o di Istituti culturali.

Poi due giovani talenti vincono a sorpresa, uno dopo l'altro, a Berlino e poi a Cannes il premio come miglior cortometraggio, Cristi Puiu e Catalin Mitulescu. Due brevi storie urbane, due modi di raccontare la transizione con pochissime parole, ma con immagini che parlano da sole. Si comincia piano piano a interessarsi di cosa sta succedendo in quel paese rimasto nelle retrovie della transizione economica e politica in Europa orientale. Ma sarà ancora Puiu a dare il via a quello ciclo virtuoso che porterà a una vera consacrazione internazionale di quello che, a torto a ragione, è stato battezzato in tutta Europa e anche negli Stati Uniti come 'nuovo cinema rumeno'. La morte del signor Lazarescu, film purtroppo mai distribuito in Italia, segna in effetti la vera resurrezione del cinema rumeno, la risalita dagli inferi di quella Foresta degli impiccati (il film di Ciulei che riuscì a conquistarsi un posto al sole della croisette di Cannes nel lontano '65 ) dove per tanti anni era stato relegato prima da un regime che voleva avere il monopolio dell'immaginario collettivo e poi da quella serie di immagini scioccanti e cosi' forti che avevano e ancora, in varie parti d'Europa, continuano purtroppo a dipingere il ritratto del dopo muro in Romania.

Una controversa rivoluzione ( ma A fost sau na fost? come titola l'intelligentissimo film di Cornel Porumboiu da noi conosciuto sotto in titolo di A est di Bucarest: è stata o non è stata una rivoluzione?) che ha usato le immagini della televisione come mai prima di allora, proiettando una mistica del cambiamento, della rivoluzione nell'immaginario popolare laddove invece ben pochi capivano cosa veramente stesse accadendo. L'immagine più della parola continua a contraddistinguere la storia della Romania del dopo Ceauşescu. È l'immagine di quei bambini dentro le fogne, di quei cani di strada, di quei minatori che sprangano gli studenti, che peserà fortissima sulla percezione dei cittadini europei di un paese che con difficoltà riesce a comunicare la sua vera anima. Dante Lazarescu nella sua apparente umile e grigia storia riesce invece a uscire da quegli inferi, finalmente dolcemente accarezzato da quelle infermiere che da più di dieci anni accarezzano tanti sofferenti in tutti i paesi d'Europa.

Da quel momento in poi è una 'vague' inarrestabile di partecipazioni di film di giovani registi rumeni ai Festival di tutta Europa e non solo e di partecipazione crescente di europei al Film Festival di Transilvania che attira l'attenzione di sempre più persone, che finalmente vincono la paura di essere morsicati se non sul collo sui polpacci, e vengono invece accolti con simpatia da persone lungimiranti e cortesi come Tudor Giurgiu e i suoi collaboratori. Dopo, ancora Mitulescu e la Camera d'Oro di Porumboiu, altri corti e altri film che, anche se non promossi con altrettanta fortuna, confermano il valore di questo fertile momento (Munteanu, Zenide, Sitaru, ecc.) fino alla consacrazione definitiva e quasi irripetibile della Palma d'Oro a Cristian Mungiu.

Tutte queste storie raccontate da queste immagini severe, radicali, pulite, in realtà e per assurdo, molto poco vengono viste all'interno del paese. L'immagine, si sa, può essere al tempo stesso superficiale e estremamente profonda. Come questi film colpiscono profondamente gli intestini di tutta Europa, così rimangono superficiali nel loro paese, visti solo da una piccola minoranza della popolazione: ci si contenta di giocare coi titoli, con i nomi, e soprattutto con la palma. È gloria sì per il paese, ma da una parte c'è poca voglia di fare i conti con una storia ancora troppo vicina, dall'altra c'è la quasi inesistenza di schermi (60 in un paese di 22 milioni di persone). Pochissimi hanno l'occasione di entrare in quelle immagini, in quelle storie, se le fanno raccontare da altri, preferibilmente da chi viene da fuori, per poi magari commentare su un onda più leggera, più superficiale, su quel vento dello sviluppo economico e del boom del consumo che il paese sta vivendo intensamente da qualche anno ormai. In realtà in un paese in via di 'molteplice' trasformazione, l'ambiente istituzionale, ufficiale, del cinema rumeno rappresenta forse l'ultima isola dell'antico regime. Si continua ad appoggiare più o meno vecchi registi di scuola 'ufficiale' e si guarda passivamente a cio' che succede fuori e alle sale esistenti solo nei registri ufficiali della società di stato che dovrebbe gestirle, ma chiuse in realtà da anni. I nuovi registi hanno in realtà poca chance di farsi vedere dentro il proprio paese e si crede ancora che si possa continuare come prima. Ma Cristian Mungiu ha un idea geniale, rivoluzionaria: l'estate scorsa porta in carovana il suo film in tutte le città della Romania dove non esiste più un cinema e di colpo lo schema comincia a rompersi e diventa sempre più difficile giustificare la chiusura degli schermi ufficialmente esistenti.

Insieme all'aborto si comincia a parlare di nascita oltre che di rinascita e forse quest'inverno una manciata di nuove sale apriranno già le proprie porte alle immagini e alle storie di una società in 'molteplice' divenire. Giovani artisti e creatori sembrano avere più coraggio degli ex-giovani politici. Ancora una volta pero' l'immagine di Romulus Mailat o dei campi rom troppo spesso contrabbandati come rumeni, rischia di offuscare, di confondere, di non far capire. Ma questa Europa che si sente vecchia, stanca e inflazionata da immagini sempre uguali e molto spesso senza storie, ha invece molto bisogno delle parole silenziose dello schermo del (perdonatemi l'etichetta) nuovo cinema rumeno. Il caso ha voluto che il periodo della mia permanenza in Romania coincidesse con questo periodo di straordinaria creatività del cinema rumeno. Spero, e ho molte ragioni per crederlo, che questo periodo continui anche adesso che me ne sono andato e che finalmente il pubblico rumeno possa avere l'opportunità di conoscere le parole e le immagini che i suoi registi hanno scritto sullo schermo. Nuove sale, più opportunità per i tanti talenti che più e più hanno voglia di raccontare quello che a loro non è stato detto. Spero anche che questa rassegna di parole e soprattutto immagini in provenienza dalla Romania possa avere la fortuna di arrivare al maggior numero possibile di spettatori italiani ed europei, per capire un po' di più di quel nuovo pezzo di Europa che sembra far paura a tanti, ma che invece potrebbe essere proprio uno degli elementi di rilancio e svecchiamento di questa nostra cara Europa, il cui schermo è purtroppo troppo spesso senza storie anche se con troppe parole. Un grazie di cuore anche a quella Bologna che quando vuole sa ancora essere sale non solo per l'Italia ma anche per tutta l'Europa.

giorgio ficcarelli
Commissione Europea