Quel “viaggio del pellegrino”
L’avventura è un genere letterario, cinematografi co, fumettistico… Ma è anche molto di più: è quel “viaggio del pellegrino” cui tutti siamo obbligati, ed è il modo in cui molti cercano, volenti, il confronto con esperienze e con realtà che abbattono i limiti della quotidianità e della routine, o, nolenti, sono trascinati dalla storia, dal caso, dalle loro origini, nel gorgo di situazioni estreme. L’ignoto può attrarre o respingere, come la messa alla prova delle proprie capacità, la sfida alla morte, il gusto di sconfiggere la natura e sopravanzare i propri simili. Ma come è cambiata l’avventura oggi, nella realtà e nell’immaginario di un’epoca che sta attraversando una mutazione invero radicale? La nostra idea dell’avventura si basa ancora sull’immaginario dell’Ottocento – stabilito dalle imprese scientifiche, dalle grandi esplorazioni, dalle conquiste coloniali, dai Kipling e dai Salgari, dai Verne e dagli Wells? Lo svelamento dei misteri del vivente, la conquista della natura, il dominio economico, culturale, politico su altri popoli, hanno ancora lo stesso peso, la stessa valenza che nel passato? E, se non lo hanno, da cosa sono stati sostituiti? I film e i romanzi di guerra, di conquista, gli western, i cappa e spada, la pirateria, i 'figli del capitano Grant', i Mowgli e i Tarzan, la Polinesia e il Klondyke, il capitano Scott e Eva Curie, i lancieri del Bengala e gli Abuna Messias, ma anche i Corto Maltese e i Steve McQueen, la Sporca Dozzina e Jurij Gagarin, a cosa hanno lasciato il posto? Discutere di questo vuol dire capire cosa ne è stato di noi, delle nostre utopie fallite, delle nostre frustrazioni e delle nostre ricerche di consolazioni… Come è cambiata la scienza e la guerra, la società e la nostra mente. Cosa temiamo ci riservi il futuro. Dove stiamo andando. E cosa sta diventando, o è già diventato, l’uomo, e cosa le sue insoddisfazioni possono sollecitare, positive o, più probabilmente, negative… Quel “viaggio del pellegrino”
goffredo fofi






