Catalin Dorian Florescu
Dan Lungu
Lucian Dan Teodorovici
Filip Florian
Ana Maria Sandu

L’uno e il diverso nella giovane letteratura romena

Comincerò citando un’esperienza abbastanza recente, avvenuta presso il Cineclub Arsenale di Pisa, il 6 novembre scorso, in occasione delle “Giornate del cinema romeno in Italia – 2007”, che videro la proiezione, fra Roma e Pisa, di otto lungometraggi, di due documentari e di undici corti, scelti tutti nella produzione romena degli anni 2004-2007, alla presenza di alcuni prestigiosi registi contemporanei. A fine proiezione, in un animato dibattito cui prendevano parte Dragos Iuga, Adina Pintilie e Vlad Ilicevici, più interventi da parte del pubblico chiedevano ai registi presenti di illustrare il loro lavoro: la tematica, il linguaggio, i personaggi dei loro film... sulla base dei lungometraggi cosiddetti maggiori e di taluni magnifici corti appena visionati veniva di fatto postulata senza mezzi termini l’idea di una “scuola”, comune e magari condivisa dai giovani esponenti dell’ultima vague del cinema romeno (assurto agli onori delle cronache giornalistiche, persino italiche, grazie ai numerosi premi, spesso prestigiosi, conquistati in vari festival recenti o recentissimi, basti ricordare almeno la Palma d’Oro a 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni di Cristian Mungiu e il gran premio “Un certain régard”, sempre a Cannes nel 2007, a California Dreamin’ di Cristian Nemescu). Ebbene, con accenti e ragioni diverse, nessuno dei tre registi si dichiarò adepto di una scuola, negando anzi con particolare forza l’esistenza di una tale realtà e rivendicando ciascuno una propria orgogliosa “identità”. Ebbene sì, a poco meno di due decenni dalla caduta della dittatura - poco, molto? È difficile stabilirlo, se il tempo può e deve essere misurato anche all’interno della coscienza individuale, e insieme commisurato con l’immaginario collettivo - una generazione di giovani autori che intende affermarsi, in patria e fuori, non può non rigettare, spontaneamente, comprensibilmente, un’idea che parrebbe di fatto implicare, per la loro sensibilità, il concetto di “omologazione”, che è stato forse l’oltraggio maggiore della politica “culturale” perpetrata dal ceausismo nei confronti delle élites intellettuali romene.


La realtà è però, di fatto, un po’ più varia e complessa di quanto non piacerebbe a qualche amante di schematizzazioni cartesiane, spendibili a lezione quanto discutibili nei presupposti. Gli scrittori che hanno debuttato in Romania negli anni ’80, poniamo, avevano in realtà deliberatamente scelto – per ragioni varie, contingenti e di opportunità, ma non solo, che è qui impossibile illustrare (erano tutti studenti di Lettere all’università, ad esempio) - la formula di ‘gruppo’ che, appena qualche decennio prima, avevano sperimentato con successo, è forse il caso di ricordarlo, i teorici di “Tel quel” in Francia e, subito dopo, in Italia, gli autori che abbiamo conosciuto come “Gruppo ‘63”. Due critici letterari di prestigio, professori all’Università di Bucarest, mentori di un cenacolo di poesia l’uno, di un cenacolo di prosa l’altro, avevano saputo radunare le energie migliori e, di fatto, dare ad esse visibilità mediante la pubblicazione di volumi collettanei, scritti a più mani anche per necessità editoriali. Per la prosa, il debutto degli Ottantisti si ebbe con la significativa raccolta Truppe di lancio ’83 (Desant ’83), a cura di Ov.S. Crohmalniceanu, che fece così conoscere una formidabile generazione di scrittori che sarebbero poi diventati gli autori di riferimento per l’intero panorama delle lettere romene di fine millennio. La novità di questa scrittura, che sperimentava l’intertestualità ironico-critica con la tradizione romena, faceva propri, tra l’altro, i dettami del postmodernismo d’oltreoceano; né lo sperimentalismo appreso nelle ore di teoria e critica letteraria si limitava del resto alla sola prosa, tant’è che il maggiore esponente della generazione ’80 è stato il poeta Mircea Cartarescu, che è poi oggi il più importante scrittore romeno, con romanzi memorabili quali Nostalgia e Abbacinante (Orbitor).

Ma i nomi che figuravano in quella silloge, al di là del debutto comune, hanno conservato e confermato voci e identità che sarebbe illusorio ricondurre a un’unica formula, a un’etichetta d’uso giornalistico – a meno che non si voglia bissare il celeberrimo, pervasivo realismo magico o giù di lì. Ciò che è forse preferibile proporre, che equivale a dire: dotato di accettabilità per questi autori – come pure per quelli immediatamente successivi, che per comodità squisitamente tassonomiche vengono detti Novantisti e Duemilisti! e che saranno ospiti della manifestazione bolognese Le parole dello schermo – è che ci troviamo come di fronte a una foto d’epoca, generazionale, quale che questa possa essere, che ci consente di cogliere, nell’insieme, fra tutti i personaggi presenti, certe “somiglianze di famiglia”, secondo la ben nota formula suggerita da Walter Benjamin... Nessuno, voglio dire, leggendo le prose di Dan Lungu o di Lucian Dan Teodorovici o di Filip Florian vi vedrebbe una intima prossimità con la scrittura di Catalin Dorian Florescu (romeno, ma ormai di lingua tedesca) e di Ana Maria Sandu e ancor meno con l’universo a sé di Anca Maria Mosora, eppure in tutti mi pare ritorni con forza il tema del rapporto fra realtà e finzione, fra il mondo esterno, reale, e le proiezioni dell’immaginario, che è poi, di fatto, il sigillo della Letteratura tout court. Aggiungerei solo, con Catrinel Popa, che “alcuni fenomeni di primo acchito paradossali nel paesaggio della letteratura romena contemporanea, qual è ad esempio l’opposizione fra il coté ludico-testualista e quello microrealista della poetica ottantista, ci vengono mostrati come risultati ovvii di un’oscillazione fra la preponderanza accordata all’atto della scrittura e la tendenza ad adeguarsi al reale.” Ciò che è possibile ancora notare, sul piano della creatività linguistica della più parte di questi autori, è la nascita di una lingua che chiamerei iper-media, mutuando il termine, con le sue diverse valenze, dal saggio con il quale un paio d’anni fa Giuseppe Antonelli ha acutamente analizzato la parola degli scrittori italiani d’oggi.

bruno mazzoni