Lunedì 30 giugno 201422.15
Piazzetta Pier Paolo Pasolini

MONUMENT FILM

(Austria/2012) di Peter Kubelka. D.: ca. 90'


35mm: Arnulf Rainer (1960, L.: 177 m. D.: 7') e Antiphon (2012, L.: 177 m. D.: 7'). Durata totale / Total duration: ca. 90', incluse le introduzioni del regista / including introductions by the filmmaker. Bn.
Da: Peter Kubelka, Vienna

 

Introduce Peter Kubelka

 

"Amo il mio mezzo espressivo e lo uso come una nave per raggiungere luoghi in cui non sono mai stato, o nessuno è mai stato prima, e dove ogni scoperta è interessante a priori. Ho realizzato Arnulf Rainer senza sapere esattamente come sarebbe apparso sullo schermo perché non avevo la possibilità di proiettarlo o guardarlo a un tavolo di montaggio: non potevo permettermelo. Allora ero molto povero. E come spesso accade, quando si è poveri si è anche più coraggiosi perché non si ha niente da perdere" (Peter Kubelka).
In Arnulf Rainer, il 'film metrico' più famoso di Peter Kubelka, il mezzo espressivo è magnificamente ridotto alle sue quattro componenti essenziali: luce, buio, silenzio, suono. A cinquantadue anni di distanza il regista ha deciso di produrre un seguito del film. Non è stata una scelta arbitraria: oggi l'esistenza stessa del cinema analogico è gravemente minacciata da quella che Kubelka considera   un'"acquisizione ostile" da parte della tecnologia digitale nell'ambito della produzione e della proiezione dei film. Il co-fondatore dell'Österreichisches Filmmuseum ha dunque sentito la necessità di tornare a quei quattro elementi fondamentali riflettendoli specularmente. Da amante della musica, Kubelka ha intitolato il film Antiphon, termine che si richiama alla forma musicale basata sull'alternanza di due voci e che deriva a sua volta dal greco antíphōnos ("che suona in risposta"). Ciò che in Arnulf Rainer era nero in Antiphon è bianco, dove c'era il suono c'è il silenzio (e viceversa). Antiphon fa non solo da contrappunto ma anche da complemento al film precedente: insieme essi sono alla base di un'installazione - Monument Film - che si apre con la proiezione di Arnulf Rainer e prosegue con quella di Antiphon. Nel secondo movimento della performance, i due film sono proiettati uno accanto all'altro e infine uno sopra l'altro, fondendosi in uno spazio condiviso dominato dallo sfarfallio delle lampade dei proiettori.
Il carattere monumentale  dell'opera è sottolineato dal ruolo assegnato all'apparato di proiezione. L'opera e il suo mezzo finiscono per coincidere. I proiettori 35mm, liberati dalla cabina, vengono collocati tra gli spettatori. Gli altoparlanti sono posti davanti e non dietro allo schermo.
Descritto dal suo creatore come un "appello a tener duro" in un mondo nel quale l'obsolescenza (in questo caso del cinema analogico) economicamente e ideologicamente indotta è troppo spesso considerata un fenomeno 'naturale', Monument Film porta in primo piano la materialità della celluloide. L'alternanza di bianco e nero richiama il processo negativo-positivo che è alla base della duplicazione fotografica analogica. La fisicità della pellicola viene esposta sullo schermo e nello spazio visivo. Proiezione dopo proiezione, sulla pellicola si accumulano graffi, sporco, polvere e altri segni, ricordando allo spettatore che il cinema non è solo un'arte plastica ma anche una performance che ha per palcoscenico la 'scatola nera' del grande schermo.

Oliver Hanley

 

"I love my medium, and I use it as a ship to go on a journey to places that I haven't been to, or nobody has ever seen before, and whatever will be found there is fine. I made my film Arnulf Rainer without having a precise idea of what it would look like on the screen, because I couldn't project it or look at it on an editing ta- ble, because I had no means. I was very poor back then. And as with almost everything, when you are poor, you are more courageous because you have nothing to lose" (Peter Kubelka).
The most famous of Peter Kubelka's 'metric films', Arnulf  Rainer  saw  the medium of film magnificently stripped down to its four essential components: light, darkness, silence and sound. His decision to finally produce a follow-up film 52 years later was not an arbitrary one: with the existence of analogue film severely threatened by what Kubelka observes as the "hostile takeover" of digital technology within film production and exhibition, the original co-founder of the Österreichisches Filmmuseum felt the need to return to those same four basic elements, reversing them in the process. Music-aficionado Kubelka named the resulting film Antiphon after the call-and-response musical form, itself deriving from the ancient Greek words for "opposite voice". What was black in Arnulf Rainer is white in Antiphon, where there was once sound now there is silence (and vice versa). 
Antiphon serves not only as a counterpoint but also as a companion piece to the earlier film. Together they form the basis of a 'projector performance' - Monument Film - which begins with a solo projection of Arnulf Rainer, followed by Antiphon. In the second movement of this event, the two films are screened side-by-side. And as a finale, they are screened on top of each other, melting into one another in a shared space, leaving the flicker of the projector lamps as the dominant visual element.
The monumental character of the work is also emphasised by the incorporation of the projection apparatus within the performance. Work and 'working system' become one and the same. The 35mm film projectors are freed from the booth and placed amongst the rows of spectators. The speakers, meanwhile, are situated in front of the screen, rather than being hidden away behind it.
Described by its creator as a "call to dogged resistance" in a world where economically and ideologically forced obsolescence (in this case, of analogue film) is much too easily viewed as a 'natural' phenomenon, Monument Film brings the materiality of the celluloid medium to the fore. The alternating black and white stretches recall the negative-positive process that forms the basis of analogue photographic duplication. The physicality of film is laid bare on the screen, and in the viewing space itself. With each successive projection, new instances of scratches, dirt, dust and other marks accumulate on the film strip, thereby reminding the viewer that as well as being a plastic art, film is still very much a performance art, with the cinema's 'black box' as its stage.

Oliver Hanley

 

Serata promossa dal Forum Austriaco di Cultura


Tariffe:

Ingresso libero. Prenotazione obbligatoria.

 

cinetecadirezione@cineteca.bologna.it - 0512194832

Dettagli sul luogo:
Piazzetta Pier Paolo Pasolini, 2b