RAN

(Francia-Giappone/1985) di Akira Kurosawa (163') 


Regia: Akira Kurosawa. Soggetto: ispirato alla tragedia Re Lear di William Shakespeare. Sceneggiatura: Akira Kurosawa, Hideo Oguni, Masato Ide. Fotografia: Masaharu Ueda, Takao Saito, Shoji Ueda. Montaggio: Akira Kurosawa. Scenografia: Yoshiro Muraki, Shinobu Muraki. Musica: Toru Takemitsu. Interpreti: Tatsuya Nakadai (Hidetora Ichimonji), Akira Terao (Taro Takatora Ichimonji), Jinpachi Nezu (Jiro Masarora Ichimonji), Daisuke Ryu (Saburo Naotora Ichimonji), Mieko Harada (Kaede), Yoshiko Miyazaki (Sue), Takeshi Nomura (Tsurumaru), Peter (Kyoami). Produzione: Serge Silberman, Masato Hara per Greenwich Film Productions, Herald Ace, Nippon Herald Films. Durata: 163'
Versione originale con sottotitoli italiani e inglesi


Più che una trasposizione del Lear in costumi giapponesi, Ran (tumulto, rivolta) è una storia giapponese strutturata ‘alla maniera di' Re Lear, rivisitato alla luce del Macbeth: più che sull'ingratitudine dei figli del signore Hidetora, l'accento viene messo qui sulla loro sfrenata ambizione; e Kaede, la giovane lady che li spinge al delitto fa pensare alla reincarnazione di Lady Macbeth che agisce però solo per sete di vendetta. Personaggio inventato, Kaede rimpiazza in qualche modo Edmund, il diabolico figlio naturale di Gloucester; dopo essersi sbarazzato del padre e del fratello Edgar, Edmund seminava la zizzania tra Regana e Goneril.
Il ‘Caos' cui allude il titolo giapponese del film è figlio della prevaricazione, dell'ingiustizia di un tempo. Adattando il soggetto alla mentalità giapponese, Kurosawa non tradisce lo spirito di Shakespeare: come Re Lear, Ran è una protesta contro l'ingiustizia e la sofferenza immeritata (quella di Hidetora è però meritata), un'interrogazione sul significato dell'erranza umana e del dolore, un saggio sulla decomposizione e il declino del mondo. A questi motivi Kurosawa aggiunge quello dell'espiazione delle colpe, e quello mutuato dal Macbeth della follia dell'ambizione e della guerra (i due figli di Hidetora).
Kurosawa ritrova in Ran l'interiorità tragica, l'incisività, la compattezza strutturale del suo primo film shakespeariano (Il castello della ragnatela) di cui Ran sembra una suite ideale, a colori. La discesa agli inferi di Hidetora, il machiavellismo di Jiro, la diabolica sete di vendetta di Kaede, la follia collettiva della guerra sono evocati con una potenza espressiva, una crudeltà, una forza visionaria eccezionali.
Confrontandosi con una materia congeniale il regista si è consacrato fruttuosamente all'invenzione formale. [...] Kurosawa mette in scena anche i suoni: l'orchestrazione di Ran - concerti di cicale, venti, sferragliamenti di armi, nitriti e scalpitio di cavalli, detonazioni - è di una ricchezza bressoniana. L'intensa partitura mahleriana scritta dal grande Toru Takemitsu ci fa rimpiangere che questo musicista non abbia collaborato più spesso con Kurosawa.
Il senso di geometrica astrazione del film è accentuato dall'uso irrealistico del colore. Per distinguere le schiere dei tre figli di Hidetora e dei loro alleati, il regista sceglie dei colori simbolici: l'ambiguo Taro veste di giallo, l'ambiziosissimo Jiro porta il colore della violenza (il rosso), Saburo l'azzurro dell'innocenza, Hidetora indossa un kimono bianco. In tutto il film - rileva Perez - c'è un sapiente lavoro di contrappunto tra i colori trattati come "sonorità orchestrali". Se non è il suo testamento come autore, Ran è probabilmente il testamento di Kurosawa pittore.

(Aldo Tassone)

 

  

 

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